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IV Congresso Cgil-Cdlt. Relazione del Segretario Generale PDF Stampa E-mail

IV CONGRESSO CGIL CdLT
POMEZIA-CASTELLI-COLLEFERRO-SUBIACO
4-5 Marzo 2010

 
Relazione del Segretario Generale Giuseppe Cappucci

Care compagne, cari compagni… Gentili Ospiti.


Celebriamo oggi il IV Congresso della Camera del Lavoro di Pomezia, Castelli, Colleferro e Subiaco...


Prima di questo appuntamento si sono svolte più di 460 Assemblee di Base dove hanno votato 20.631 iscritti e si sono svolti tutti i Congressi delle Categorie del nostro Comprensorio nei quali sono stati coinvolti centinaia di delegati e delegate.

Un Congresso, questo, nel quale si sono confrontati due documenti alternativi e contrapposti, dove su alcuni punti è evidente la differenza di approccio ai problemi aperti e la differenza di proposte, mentre su altri questa differenza e alternatività è più sfumata e impercettibile.

Voglio subito dire, senza preamboli e con la stessa franchezza con la quale ho partecipato a molte assemblee di base, che abbiamo perso una grande occasione per una discussione vera.
Faccio questa affermazione perché ero e resto convinto che la modalità dei documenti alternativi non genera né maggior dibattito né maggior democrazia.
Non genera più dibattito per il semplice motivo che si formano gli schieramenti,  che in quanto tali orientano il consenso non sulla base delle idee ma solo ed esclusivamente su base identitaria.
E non genera maggior democrazia perché la preoccupazione di tenere sui “propri” inscritti, l’ansia di dimostrare a se stessi ed agli altri di governare e “controllare” la “propria” categoria, ha indotto molti a utilizzare strumenti, argomenti e metodi  poco democratici. Nonostante questo, non hanno vinto, ma perso tra gli iscritti.

Poi tornerò su questo, perché al di là del risultato, delle contestazioni e delle polemiche, penso che sul piano del metodo e dell’esercizio della democrazia dovremo fare tutti qualche riflessione in più per poter fare anche  dei passi in avanti.


La nostra discussione congressuale si svolge nel mezzo della grave crisi economica globale.
Una vera e propria “pandemia economica” (come l’ha definita Massimo Florio, economista e ordinario di Scienze delle finanze dell’Università degli studi di Milano), una crisi la cui causa non risiede principalmente nei titoli tossici, ma che affonda le sue radici in una insufficienza della domanda effettiva negli Stati Uniti sostenuta esclusivamente dai consumi a debito, cioè da consumi privati e dai prestiti alle famiglie.
Un ricorso al debito necessario, a causa del reddito corrente compresso da decenni, frutto di politiche che hanno indebolito la base salariale dei redditi.
Una crisi che molti economisti ritengono più grave di quella del ’29 che, lo ricordo solo per inciso, facilitò l’ascesa di Hitler in Germania con tutte le conseguenze storiche che ne seguirono.
Una crisi che apre un passaggio epocale che consegna al mondo intero due questioni particolarmente spinose:

 La prima questione riguarda l’ingovernabilità mondiale. È venuto alla luce un fatto nuovo: la caduta dell’impero e la rottura del rapporto tra il modello capitalistico e l’egemonia militare e politica dell’America. E tutto ciò avviene:
con due guerre in corso e senza prospettive di vittoria;
con la situazione in medio-oriente ancora in pieno caos;
con le nuove tensioni in Iran;

insomma: in una situazione geopolitica che la definizione “instabilità” non chiarirebbe fino in fondo i veri pericoli che essa nasconde.

Dunque tensioni e problemi di governabilità in un momento dove appare chiaro sia il fallimento dei c.d. effetti benefici della globalizzazione, sia il fallimento delle teorie della crescita continua, essendo venuta alla luce l’evidenza dei limiti della crescita economica  per l’esaurimento delle risorse naturali e per il turbamento degli equilibri ecologici (i c.d. limiti di sostenibilità ambientale).


La seconda questione riguarda le disuguaglianze sociali.
La globalizzazione non si è tradotta, come i suoi più entusiasti profeti avevano annunciato, in uno sviluppo equo e convergente per tutti.
Negli Stati Uniti, ad esempio, l’aumento delle disuguaglianze è determinato da una parte ad una stagnazione dei redditi delle classi medie, dall’altra ad una eccezionale espansione dei redditi delle classi ricche e ricchissime.
Gli esiti  sono, in ogni Paese, una forte divergenza della distribuzione nazionale del reddito.
Insomma: una divaricazione sociale che ha scavato un solco profondo nella società.
Un recentissimo libro di David Rothkopf dal titolo “Superclass”, spiega che questa divaricazione coinvolge l’intero pianeta. In sostanza, l’1% della popolazione mondiale detiene il 40% del prodotto lordo mondiale, il che significa che 600 persone detengono nelle loro mani le leve dell’intera ricchezza mondiale.
A quelli che oggi ci dicono che siamo tutti sulla stessa barca, dovremmo rispondere che le barche sono almeno due…

A queste due grandi questioni, si affiancano due domande non meno impegnative:

1)cosa c’è in comune tra la Grande Depressione del ’29 che devastò le economie mondiali e che durò dieci anni, e la crisi di oggi che ha già visto fallire sei delle quindici maggiori banche americane e altrettante fallite o salvate dall’intervento statale in Inghilterra, Irlanda, Danimarca, Belgio e Olanda?
2)sono davvero paragonabili le due crisi?

Nel 1929 ci fu il tracollo di Wall Street, ma  l’apice di quella crisi si toccò tre anni dopo.
Negli Usa fallirono 100.000 aziende, e i disoccupati salirono a 12 milioni (il 25% della forza lavoro).
Quella crisi coinvolse tutti i Paesi del mondo capitalistico, dalla Germania alla Gran Bretagna, dalla Francia all’Italia, con caratteristiche molto simili-
In Italia il PIL calò di molti punti, e impiegò ben otto anni prima di tornare ai valori del 1930.

All’epoca non c’era l’informatica, e non esistevano i “distressed securyties” (titoli di compagnie prossime al fallimento), e neanche i “merger arbitrage” o i “risk arbitrage” (titoli che scommettevano sul valore  di una compagnia prima e dopo una fusione).

Eppure la crisi fu mondiale, e furono scritte migliaia di saggi, analisi e libri da molti economisti, la maggioranza dei quali mise sul banco degli imputati la concentrazione della ricchezza come prima causa strutturale di una crisi che da normale recessione ciclica si trasformò in grande depressione.

Cosa era successo?
Che nei dieci anni precedenti al ’29, dominato da due Presidenti repubblicani, ci furono quattro interventi governativi di riduzione delle imposte a favore delle imprese e dei ceti abbienti (nel 1921, 1924,1926 e 1928), che determinarono un forte spostamento della ricchezza dai ceti medi e poveri alle famiglie più ricche.
Dunque: il filo rosso che lega la crisi del 1929 a quella odierna è la concentrazione della ricchezza e la disuguaglianza dei redditi.

In Italia, tra il 1993 e il 2003 ben 7 punti del reddito nazionale sono passati dal lavoro al capitale, cioè dai salari e dalle pensioni alle rendite e ai profitti: ad ogni lavoratore sono stati sottratti 4.000 euro ogni anno!
Nel 1966 Valletta guadagnava 60 volte più di un operaio Fiat, oggi Montezemolo ne guadagna 300 volte di più!

Si può quindi dire, senza paura di essere smentiti, che quanto a concentrazione della ricchezza, le condizioni attuali delle economie non sono lontane da quelle della grande depressione.

Alla seconda domanda (se c’è il rischio che si possa ripetere la stessa devastante crisi) è difficile rispondere. Alcuni economisti dicevano di no (all’inizio della crisi, quando si pensava limitata alla finanza) per due motivi:
perché oggi il mondo che produce è più ampio, con la presenza di molti nuovi attori potenti come la Cina, l’India, il Brasile, il Giappone e il Medio Oriente;
e perché gli interventi delle autorità monetarie sembrano più tempestivi.

Ma la realtà li ha già smentiti…

Nei primi mesi di crisi, dopo l’agosto del 2008, non solo negli Stati Uniti il Pil è caduto di oltre sei punti percentuali, ma anche il  Giappone ha fatto registrare un crollo del Pil superiore ai dieci punti percentuali, mentre la Cina e gli altri paesi emergenti hanno subito una brusca frenata rispetto al ritmo di sviluppo degli ultimi dieci anni.
In Italia nel 2009 si è scesi a – 5% del Pil, con quasi un milione di disoccupati in più rispetto al 2008.

C’è un punto di politica economica che è importante sottolineare: a partire dai primi anni ’80, le forze conservatrici, negli Stati Uniti come in Europa, hanno alimentato un duplice processo:

da un lato, sia nell’industria che in tutti gli altri settori di attività, privati e pubblici, abbiamo assistito ad una profonda riorganizzazione fatta di esternalizzazioni, frammentazioni e progressive divisioni tra i lavoratori. Il risultato è che soggetti aventi le stesse qualifiche e medesime mansioni possono ormai operare fianco a fianco sotto condizioni contrattuali e datori di lavoro completamente diversi tra loro;

dall’altro, si sono imposte politiche di privatizzazione, strette monetarie e di bilancio, compressione dello stato sociale e deregolamentazione dei mercati, in primis il mercato del lavoro.

Queste politiche, insieme alla profonda riorganizzazione dei processi produttivi e alla divisione del fronte sindacale, hanno contribuito ad indebolire la capacità contrattuale della rappresentanza del lavoro.
La conseguenza è stata una intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori accompagnato da una compressione dei salari. Si è venuto così a determinare un mondo di bassi salari:
le retribuzioni dirette, sistematicamente al di sotto della crescita della produttività;
e le erogazioni indirette, tramite il sistema di welfare, sottoposte a continui attacchi e decurtazioni.


E questa è esattamente la linea politica del governo Berlusconi e dei suoi ministri. Una politica economica con un forte impianto populista e corporativo fondata su due cardini basilari:
1) sull’indebolimento del ruolo pubblico sul terreno dei diritti sociali;
2) e sul tentativo di ripristinare il controllo politico su decisivi snodi dell’economia.

Il governo utilizza la crisi per realizzare le priorità del programma fondamentale della destra berlusconiana: la svalutazione del lavoro, dei suoi diritti, della sua remunerazione, del suo status sociale e politico.
Conseguentemente punta alla restrizione degli spazi di democrazia, dei diritti civili, del ruolo del Parlamento e delle istituzioni di garanzia, della magistratura e dell’informazione critica.

L’ossessiva ricerca ossessiva della popolarità, aizzando il disprezzo di una parte della popolazione contro altre parti, ha dato luogo a misure contro i “nullafacenti” nella pubblica amministrazione: è questo il vero obiettivo del governo, non certo l’incremento di efficacia ed efficienza del servizio pubblico.
E con lo stesso impianto ideologico si è adoperato per la riscrittura delle regole della contrattazione, per la revisione della regolazione del mercato del lavoro, per la ridefinizione degli istituti di Stato sociale (sanità, scuola, università, previdenza), con l’attacco al diritto di sciopero e la c.d. riforma del processo del lavoro.

Tutti questi interventi puntano ad un solo obiettivo: indebolire il sindacato, mettere all’angolo la nostra organizzazione, la CGIL.

     C’è poi da considerare il desiderio di ridurre il ruolo di autorità di vigilanza sui mercati e sui grandi servizi, compreso il credito bancario, fino ad abolire l’antitrust per favorire imprenditori amici. Una spinta corporativa e privatistica evidente anche nell’indulgenza nei confronti dell’evasione fiscale per il lavoro autonomo, attraverso la cancellazione delle principali misure di contrasto (dall’elenco clienti-fornitori, alla tracciabilità dei compensi e degli onorari, fino agli studi di settore).

Nel complesso tutta la politica economica del governo, dal decreto di luglio 2008, alla legge finanziaria, al pacchetto anticrisi, al decreto incentivi auto per il 2009, è stata improntata, e continua ad essere caratterizzata dall’inesistenza di seri provvedimenti di contrasto alla crisi e di aiuto ai lavoratori e ai pensionati.
Anzi, le c.d. misure anticrisi hanno disposto aiuti surrettizi agli interessi economici di riferimento del governo attraverso lo smantellamento delle misure anti-evasione fiscale, e al tempo stesso tentano di sfruttare la tempesta in corso per imporre una ulteriore stretta alle pensioni e una ancor massiccia deregolamentazione del mercato del lavoro.
Ora, in assenza di spinte sociali, sarebbe ingenuo attendersi che questo governo sia in grado anche solo di abbozzare una reale politica economica anticrisi.
Il vero problema, al riguardo, è che l’attuale scenario recessivo si è, fino ad oggi, dispiegato nel sostanziale silenzio politico.
Tocca dunque alle rappresentanze del lavoro, al sindacato e ai partiti del centro sinistra indicare una via alternativa per uscire dalla tempesta economica.

In primo luogo, occorre istituire un piano di universalizzazione degli ammortizzatori sociali, che tuteli non solo i lavoratori a tempo indeterminato delle imprese medie e grandi del settore manifatturiero, ma anche i lavoratori delle piccole imprese e tutti i lavoratori precari.
Il protocollo firmato da governo e Regioni per l’estensione della cassa integrazione in deroga, nonostante il senso di responsabilità delle Regioni era assolutamente inadeguato per le reali dimensioni delle risorse disponibili e per le tipologie di lavoratori coinvolti (restano fuori i lavoratori che perdono il lavoro in assenza di crisi aziendali riconosciute dalle competenti autorità).
Contestualmente c’è bisogno di implementare le politiche attive del lavoro, la formazione e le necessarie misure di welfare come il reddito di formazione che la Provincia di Roma ha istituito che, insieme alla Legge Regionale sul reddito minimo garantito dimostrano non solo il  “buon governo” e le buone pratiche, ma anche la necessità di avere programmi e punti di riferimento istituzionali e politici.

In secondo luogo, occorre un intervento sull’IRPEF per recuperare il fiscal drag e ridurre strutturalmente i carichi fiscali per lavoratori e pensionati.

Terzo, bisogna comprendere che un rinnovato sistema di garanzie normative e contrattuali a tutela dei lavoratori è condizione imprescindibile per mettere un freno al pericolo di deflazione.
La grande crisi del ’29 fu contrastata anche dalla Legge Wagner, che tra l’altro introduceva nuovi regimi di difesa del posto di lavoro e dei diritti sindacali.
È tempo di guardare con rinnovata attenzione a quelle esperienze.


Il nostro territorio e la crisi.
La fotografia del nostro territorio conferma quanto finora descritto. Una crisi che ha colpito duramente un’area già da anni interessata a processi di trasformazione che ha coinvolto il tessuto industriale.
Si conferma il protrarsi in tutti i settori degli effetti della crisi, con una accentuazione nel settore dell’edilizia e nelle aziende che, già gravate da difficoltà precedenti e strutturali, sono passate all’utilizzo degli ammortizzatori sociali necessari a gestire una loro riorganizzazione più profonda.
E’ comunque  avvertibile  un certo rallentamento rispetto alla progressione dei mesi scorsi, poiché si è avuta, in effetti, l’interruzione del ricorso alla CIG Ordinaria in alcune realtà (soprattutto metalmeccaniche, grafiche, chimiche e della gomma plastica). Va considerato che le aziende, dopo aver subito un contraccolpo iniziale spesso di gravità imprevedibile, hanno accresciuto la loro capacità di programmazione rispetto alle attuali esigenze del mercato.
 Non va mai dimenticato che è già avvenuto  un riproporzionamento (traumatico anche se non quantificabile) delle strutture aziendali, ottenuto attraverso l’eliminazione del ricorso alle varie tipologie di contratto a termine.
Prosegue l’effetto negativo delle difficoltà legate all’ottenimento di crediti, al ritardato pagamento da parte della P.A. e degli EE.LL. , alla scarsa liquidità presente nell’ampio tessuto di medie e piccole aziende.
Importanti aziende del settore edile (DIMA e Bolici) hanno già in passato determinato condizioni insostenibili per i dipendenti, venendo meno al pagamento degli stipendi.
Alcuni siti rappresentativi della storia industriale del territorio, grafici o metalmeccanici o del settore alimentare, come il Tubettificio di Anzio e la Pork House di Ariccia, già in precedente difficoltà, hanno   chiuso i battenti.
Prosegue e si aggrava il ricorso alla CIG in tutte le realtà in crisi strutturale.
Per i servizi e l’informatica 190 lavoratori in CIG in Bee Team (ex Data Service), 75 in Tecnoindex. La Urmet TLC mantiene in CIG 60 dipendenti.  Per la componentistica auto, 200 Cig in A.R.C. e 100 in Key Safety Sistem,  localizzate peraltro nel territorio di Colleferro che continua così a correre concreti rischi di deindustrializzazione.
La Fiorucci prosegue nella CIG Straordinaria  e nella progressiva diminuzione dell’organico.
Le crisi aziendali trascinano con sé le attività di servizio e appalto, mense, pulimento.
Nel settore è apprezzabile la diffusione del ricorso ai contratti di solidarietà, meno praticabili nel comparto logistica e merci (falcidiato dal generale calo dei consumi),  che vede la chiusura della CRAI La Capitale a Castel Romano ( 68 licenziati in mobilità).
Per quanto riguarda il centro di ricerca farmaceutica della IRBM di Pomezia prosegue il tentativo affinché la  nuova società, impegnando nuovi capitali privati e  utilizzando le risorse regionali già stanziate, ricollochi per intero i 140 tecnici e ricercatori.
Per la ALSTOM di Colleferro (200 dipendenti) gravi incognite rispetto alla possibilità di condurre in porto il progetto di creazione di un polo manutentivo ferroviario : a tutt’oggi il Comune di Roma (uno dei principali soggetti coinvolti) non ha smentito un possibile accordo con la concorrente Ansaldo Breda.
Infine ricordo la gravissima crisi del Consorzio Gaia. Una crisi e un epilogo particolarmente doloroso per il sindacato e per quel territorio.
Per il sindacato in quanto abbiamo creduto ed accompagnato il progetto industriale e di servizio di Gaia poiché rispondeva a tre specifiche esigenze:
1)dare  risposte alla grave crisi che alla fine degli anni ’90 aveva espulso centinaia di lavoratori dal ciclo produttivo;
2)impedire ai Comuni di affrontare il tema dello smaltimento dei rifiuti attraverso le gare a massimo ribasso, e al tempo stesso arginare l’infiltrazione di cooperative spurie e imprese poco trasparenti;
3)governare il ciclo dei rifiuti, dalla raccolta differenziata fino alla termo-valorizzazione del CDR.
Le vicende, anche di cronaca giudiziaria sono a conoscenza di tutti. Noi continuiamo ad essere preoccupati per l’incertezza del futuro di centinaia di lavoratori e raccogliamo la sollecitazione della categoria per un azione più pressante, nei confronti delle istituzioni, per concludere positivamente questa vertenza che dura ormai da tre anni.
Anche sul fronte della Sanità Privata il nostro territorio è interessato da una “crisi” (metto le virgolette per indicare una cosa diversa dalle crisi industriali) indotta più da interventi ricattatori da parte del Gruppo Tosinvest che da una vera e propria crisi di settore, e che oltretutto presenta fenomeni avanzati di deregolamentazione del mercato del lavoro e destrutturazione del CCNL. Detto in altre parole, e intrecciandolo con la vicenda del mancato rinnovo del CCNL, i lavoratori della sanità privata rischiano di essere contrattualmente equiparati ai lavoratori delle cooperative del Terzo Settore.

 

 

 


La difesa della democrazia.

 

La constatazione che stiamo vivendo una fase di cedimento della nostra base democratica, non fa più parte, nelle nostre analisi, di vaghe sensazioni e di vaghe preoccupazioni.
L’Italia sta cambiando ogni giorno in peggio.
Gli effetti della narcosi generale sono sotto i nostri occhi.
Questa è una nazione che ha perso il suo spirito antifascista e che si sottomette ad un dominio mediatico che ha come obiettivo fondamentale la sorveglianza e il controllo dei comportamenti sociali, la creazione di una “società disciplinata” e incapace di reagire criticamente anche di fronte ai palesi ed evidenti tentativi eversivi messi in atto dal Presidente del Consiglio e dal suo staff di consiglieri giuridici ed ideologici.
Una nazione che non reagisce neanche di fronte ai fatti di Rosarno e alla dilagante illegalità e corruzione. Una nazione e un popolo in preda alla paura, alle paure:
paura dello straniero
paura della crisi
paura per un futuro incerto
e che di conseguenza si rifugia in sé stesso e vive in solitudine gli eventi più drammatici come la perdita del lavoro, la cassa integrazione, le difficoltà familiari, il costo della vita, la casa, la malattia ecc.
Un Paese che ha perso il senso della solidarietà.

In questi tratti leggo, forse con un tono eccessivamente pessimista, la sconfitta culturale della sinistra intera. E, al tempo stesso, il trionfo e l’epicentro della strategia della destra in Italia: l’egemonia della paura e la vittoria dell’idea machiavellica (ma non di Machiavelli) che la paura sia una risorsa che va usata e potenziata ai fini della stabilità politica e del controllo sociale.
E questo aspetto giustifica l’altra tendenza neo-autoritaria, e cioè quello legato alla teoria dello “stato d’eccezione” che legittima lo stravolgimento delle regole democratiche e la stessa natura legale del potere.

Questo è quello che è avvenuto all’Aquila, tanto per fare un esempio!

Ecco dunque che il tema della difesa della democrazia è centrale sia nella nostra elaborazione che, ovviamente, nella nostra azione.
Ed è un tema che ci coinvolge in pieno e che dobbiamo riprendere nella discussione interna e nei rapporti con gli altri interlocutori sindacali.
Democrazia e pluralismo, democrazia e garanzia dei diritti sono, secondo l’insegnamento di Norberto Bobbio, i presupposti per il mantenimento di una società libera da ogni oppressione.
Una società libera si fonda sulle regole che devono essere rispettate da tutti.

 Le regole del gioco.

E a proposito di regole non posso eludere il problema cruciale che dobbiamo affrontare e risolvere: i nostri rapporti con CISL e UIL, cosa accade al diritto sindacale e alle relazioni industriali dopo la rottura dell’unità contrattuale.

E dunque: cosa cambia dopo il 22 gennaio 2009?
Che ricadute di natura giuridica dovremo aspettarci?
Quali riflessi e ripercussioni?
È fuori discussione che ormai si sia rotto qualcosa di importante, non solo nell’immaginario collettivo, ma anche e soprattutto nel costume che accompagnava il lavoro dei sindacalisti.
Siamo in presenza di regole scritte appositamente per frantumare  il fronte unitario.

C’è stato un vero e proprio sabotaggio politico, di natura ideologica, il cui scopo è duplice:

prima si rompe il fronte unitario e si isola la CGIL
poi si passa al Libro Bianco di Sacconi, ai contratti individuali, al Requiem delle garanzie processuali nel processo del lavoro.

E al tempo stesso si è rotto un equilibrio, si è frantumata la cultura unitaria che orientava “l’etica della responsabilità”, si sono rotti i freni inibitori che impedivano di compiere il passo della firma separata.

Oggi, più che lavorare per recuperare il valore dell’unità nella firma di un accordo (in ragione della quale si sacrificava anche una parte delle proprie convinzioni), domina la volontà esplicita di perseguire gli accordi separati, visti e vissuti quasi come una liberazione da quel vincolo unitario.

Siamo quindi dentro una fase completamente nuova e diversa rispetto al “Patto per l’Italia” e all’accordo separato dei meccanici del 2003.
Penso, come molti di noi, che sarà molto difficile recuperare questa situazione nei tempi brevi, anche perché il quadro politico di riferimento e la grave crisi della rappresentanza politica del lavoro, complicano lo scenario e rendono difficili i rapporti.
È complicato e difficile, ma non impossibile. Poi tornerò su questo.


In questa situazione è quindi cruciale:
da una parte, comprendere e approfondire l’analisi dal punto di vista politico-sindacale,
dall’altra, affrontare il problema dal punto di vista giuridico, e cioè, capire le ricadute per contrastare gli effetti negativi per il lavoratori che rappresentiamo; capire i riflessi sulla nostra organizzazione; utilizzare la conoscenza giuridica per contrastare la deriva che si è aperta e contribuire al lavoro politico necessario per il suo recupero.

Le questioni che solleva l’accordo separato, dal punto di vista giuridico, sono molto serie:
che efficacia avrà la contrattazione nazionale e aziendale?
quali effetti sulle procedure dei rinnovi?
quale sarà l’efficacia soggettiva dei contratti e degli accordi separati?
quale contratto si applica e a chi, quello precedente la firma separata o quello successivo?
come si affronta il tema della validità generale dei CCNL? Avrà validità solo per gli iscritti ai sindacati firmatari o ci troveremo di fronte ad un “erga omnes” di fatto?
Ai nostri avvocati e ai nostri giuristi non mancherà certo l’impegno e l’ingegno per aiutarci a difendere le nostre ragioni.

Noi abbiamo sempre lavorato, pur tra mille difficoltà, in un contesto unitario.
Siamo consapevoli, che tra noi e la CISL, tra noi e la UIL, esistono tante differenze, per cultura, radici, ideali e perfino nel modello organizzativo.
Sappiamo che a volte è difficile lavorare insieme perché ognuno è portatore di interessi specifici, di visioni e strategie diverse.
Ma sappiamo anche che l’unità di azione è un valore che va recuperato.
Sappiamo che se sapremo ricomporre il fronte unito, saremo tutti più forti e sapremo difendere meglio i lavoratori, le lavoratrici, i pensionati e le pensionate, i diritti dei giovani, il lavoro stabile per i precari, i diritti dei lavoratori stranieri e la sicurezza nel lavoro.

Per far questo dovremo avere la forza e la volontà di riaprire la discussione sulle regole e sulla democrazia.


Definire regole condivise consentirebbe a tutti di contare su elementi di certezza sulla rappresentanza e per la misurazione della rappresentatività, tema, questo, all’ordine del giorno da almeno un decennio.
Ma questo è anche un tema che va contestualizzato non solo nella cornice dei rapporti tra le varie componenti del movimento sindacale dopo l’accordo separato, ma anche richiamando ancora le differenze che esistono tra CGIL, CISL e UIL.
È evidente che per la diversa concezione del ruolo del sindacato, non ci possono essere regole coercitive per comporre i conflitti, ma occorrono regole di convivenza o di raffreddamento dei contrasti d’opinione fra le diverse organizzazioni o gruppi di lavoratori. Sapendo, tuttavia, che i dissensi possono  trovare la loro soluzione attraverso la mediazione politica, ma sapendo anche che quando diventa difficile o impossibile la ricomposizione del conflitto non c’è altra strada che il ricorso al voto democratico dei lavoratori.
Occorre cioè riconsegnare la sovranità ai rappresentati!
L’impegno della CGIL è quello di perseguire, in tutte le situazioni, un avanzamento delle ragioni dell’unità e della democrazia, considerando questi due temi come le due facce inseparabili di un medesimo processo.
Le soluzioni da adottare, per una efficace unità di azione tra le confederazioni, possono essere diverse, nella diverse situazioni, ma deve restare del tutto chiara la linea di marcia del nostro lavoro e della nostra iniziativa, il cui obiettivo di fondo e di prospettiva è l’unità sindacale fondata sulla partecipazione democratica dei lavoratori.
In questo senso è importante valorizzare il tessuto unitario esistente, a partire dalle rappresentanza nei luoghi di lavoro, che possono assumere nuove e più ampie funzioni decisionali, nella gestione della contrattazione di secondo livello e, più in generale, nella definizione delle linee rivendicative del sindacato confederale.


Per un welfare inclusivo e promozionale
Noi siamo consapevoli che le tradizionali forme di welfare si trovano di fronte a nuove e difficili sfide.
Le trasformazioni delle società industriali, la frantumazione in termini di reddito, di status, di potere, di tradizionali raggruppamenti sociali, hanno prodotto insicurezza.
Questo governo non vuole rispondere ai problemi nuovi e alle nuove domande che emergono dalla società:
l’invecchiamento della popolazione concorre a formare nuove domande di assistenza e protezione (penso al fondo per la non autosufficienza e all’aumento di patologie invalidanti come le demenze senili);
la precarizzazione del mercato del lavoro ha prodotto figure fragili, costrette a ripetute transizioni tra lavoro e non lavoro, spesso non riconosciute dai tradizionali schemi di protezione sociale e bisognose, quindi, di tutele e diritti;
i flussi migratori pongono una domanda relativa alla riorganizzazione dei servizi socio-sanitari;
la “rivoluzione delle donne” ha messo in discussione la tradizionale divisione dei ruoli all’interno della famiglia sulla quale si reggeva il tacito patto del welfare fordista: protezione dai rischi (infortuni, malattia, vecchiaia) per il capo famiglia maschio, sostanziale assenza di servizi pubblici di assistenza e cura. Inoltre l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha disgelato l’inadeguatezza dell’organizzazione del lavoro, delle sue scansioni, del rapporto tempi di lavoro e tempi di vita.

Proprio alla luce di queste condizioni emerge l’esigenza di un ripensamento del nostro sistema di protezione sociale che non si può limitare a singole prestazioni di bisogni primari, ma deve cogliere la complessità delle nuove forme di fragilità attraverso azioni di sostegno e percorsi di autonomia delle persone.
Per questo sono centrali politiche integrate capaci di promuovere le competenze e le dotazioni delle persone. L’obiettivo delle nuove politiche di welfare che chiediamo, non sono quelle di assistere, ma di ricostruire legami sociali e, attraverso essi, una nuova idea di comunità.
In questo quadro è necessario un sistema universale di ammortizzatori sociali fondato su due istituti:
uno per coloro che hanno perso il lavoro,
l’altro per i lavoratori di aziende in difficoltà temporanea.
A questo deve accostarsi un sostegno per gli indigenti orientato all’inserimento o reinserimento lavorativo.
Tanti lavoratori e lavoratrici, in particolare giovani, vivono una condizione nella quale la disoccupazione  e la discontinuità lavorativa più che un rischio rappresentano un orizzonte altamente probabile.
È quindi necessario intervenire a sostegno delle future pensioni che rischiano di essere del tutto inadeguate a garantire una vecchiaia dignitosa.
C’è però bisogno di un grande impegno per affermare il diritto pieno della formazione permanente. Solo così si può contrastare davvero la precarietà e l’emarginazione. Il diritto alla formazione permanente è, infatti, la condizione per superare una subalternità culturale che ostacola ogni forma di capacità di decisione sul proprio lavoro.
Si deve anche contrastare le nuove forme di marginalità e di disagio sociale. Sono molteplici i fattori che possono produrre esclusione sociale: il rapporto con il mercato del lavoro, l’istruzione e la formazione, la disponibilità o meno di un alloggio, la ricchezza o meno delle reti di relazione.
Soprattutto, però, emerge il fenomeno del lavoro povero che riguarda prevalentemente donne e giovani con una bassa formazione professionale, ma anche lavoratori adulti precocemente espulsi dal mercato del lavoro.
Cresce il numero di persone che, pur lavorando, non hanno un reddito sufficiente per una vita dignitosa, e questo elemento rafforza l’esigenza di intervenire nel campo dell’assistenza con interventi integrati di sostegno al reddito e programmi di inserimento lavorativo.
Noi pensiamo che lo stato sociale deve fare della promozione della persona, una fondamentale opzione del proprio ruolo di essere, e deve affrontare in forme nuove l’altro grande tema della nostra epoca: il progressivo invecchiamento della popolazione.
Il paradosso che si è determinato è che questo elemento, in sé positivo, viene percepito come una minaccia e un problema di costi da ridurre, anziché ragionare su una diversa distribuzione della ricchezza e sulla valorizzazione dei saperi e delle conoscenze di cui gli anziani sono portatori.
C’è poi il problema della sanità:
la complessità e la frequenza di patologie multifattoriali delle persone anziane;
le nuove patologie legate al lavoro;
al disagio sociale;
all’evoluzione degli stili di vita e al manifestarsi di attese sempre più mature a proposito di qualità della vita,
comporta la necessità di superare una sanità che guarda solo la malattia e il successo della singola prestazione clinica, per assumere un punto di vista che guarda la persone e gli esiti di salute e benessere possibile.
In sostanza, si tratta di promuovere la salute quale sistema di cura che accompagna la persona a ristabilire il proprio equilibrio psico-fisico.

Il territorio e Welfare.

Nella nostra Conferenza d’Organizzazione abbiamo definito il territorio come lo spazio fisico e politico nel quale radicare la nostra presenza e sviluppare la nostra attività di tutela soggettiva e collettiva.
Il concetto di “centralità del territorio”, tuttavia, deve essere riempito di significato e di pratica sociale per evitare il rischio di una  banalizzazione o di farne una sorta di parola magica risolutrice di tutti i problemi.
Il territorio va analizzato, declinato nelle sue contraddizioni e nelle sue dinamiche interne. Non è la soluzione, ma il campo di nuovi conflitti che attendono una risposta.
Il territorio non è per noi il luogo ideologizzato della Lega, non è identità etnica da difendere dalle invasioni degli immigrati, non rappresenta il mito della comunità che non lascia spazio alla pluralità.
Il territorio è il luogo concreto dei conflitti che attraversano il nostro mondo globalizzato, è uno spazio politico da presidiare, ma anche da studiare nelle sue evoluzioni e da osservare con occhi attenti ai suoi mutamenti.
Questa Cdlt ha aperto un “cantiere” di lavoro che abbiamo chiamato “Comitato per i diritti”, che è stato finora formalizzato solo ad Anzio e Nettuno, ma è nostra intenzione farne crescere altri.
È una scommessa che si basa sulla costruzione di una rete di delegate e delegati provenienti da diverse categorie che insieme costituiscono un punto di riferimento attraverso il quale far vivere e veicolare le nostre politiche tra la gente.
Sono compagne e compagni impegnati nel posto di lavoro e nella contrattazione aziendale e che nei quartieri e nei paesi si confrontano con i temi e i problemi dei cittadini, dalla scuola alla sanità, dai trasporti ai servizi sociali, dalle bollette alla difesa dei beni pubblici.
In particolare, il Comitato di Anzio e Nettuno è impegnato nella costruzione del Coordinamento di Libera ed è parte attiva nel Comitato Antimafia locale.
Noi pensiamo che questo approccio colga alla radice lo spirito della nostra storia confederale, che la costruisce e la ridefinisce mettendo al centro il territorio e i suoi cittadini con i loro problemi e i diritti da tutelare, che ricompone una tutela generale della persona in quanto lavoratore e cittadino.
Soprattutto in questa fase di crisi, non solo economica e industriale,  i Comitati possono assolvere al delicato compito di solidarietà, di promozione dell’uguaglianza, di lotta all’esclusione etnica, di contrasto a quel federalismo che punta solo alla disgregazione e alla competizione tra persone e tra territori.

Dalla Conferenza di Organizzazione in poi, abbiamo teorizzato prima e messo in campo dopo, una proposta articolata di contrattazione sociale.
Senza avere la pretesa di primogeniture, possiamo tranquillamente ricordare di essere stati tra i pochi comprensori regionali, a produrre unitariamente la nostra Piattaforma Sociale Territoriale. Un lavoro importante, frutto di tante collaborazioni e contributi, che, subito dopo il nostro Congresso, dovrà riprendere vigore.
Per questo lavoro, permettetemi di fare alcuni ringraziamenti, ai Segretari di Cisl e Uil con i quali ci siamo confrontati fino allo sfinimento.
Ma soprattutto permettetemi di ringraziare lo SPI, Rosa, Peppe, Gianni e tutte le Leghe, non solo per il contributo dato e per l’impegno nella contrattazione dei Piani di Zona, ma per tutto quello che dovremo ancora fare in futuro.
Ma per tornare alla nostra Piattaforma, credo sia importante sottolineare il fatto che essa sia stata contestualizzata nella crisi, e che abbia proposto agli EE.LL di avere uno sguardo ed una attenzione concreta verso le donne e gli uomini che attraversano periodi di difficoltà a causa della cassa integrazione, della mobilità, della perdita totale del lavoro.
Ma è anche una Piattaforma che individua nell’implementazione dei Servizi Sociali e dei Piani di Zona, non solo l’erogazione di un servizio e il soddisfacimento di un bisogno, ma anche un fattore di sviluppo e la risposta ad un diritto.
Ecco perché abbiamo, tra l’altro, posta molta attenzione al tema della qualità del lavoro, e al tema della qualità dei contratti da applicare al personale delle cooperative, che voglio ricordare per inciso, sono al 99% donne e che spesso guadagnano poco più di 600/700 euro al mese.
Ed ecco perché è importante la nostra presenza sul territorio, perché è lì che si incontrano le persone che vivono condizioni di esclusione, a loro si danno risposte contrattando servizi, formazione, organizzazione degli orari, tariffe, sostegno alla mobilità ecc.

Ma c’è un punto che dobbiamo migliorare nella Piattaforma stessa, e cioè la parte che riguarda i lavoratori stranieri.
Proprio qualche giorno fa, il 1 marzo, si è tenuto il primo sciopero europeo dei lavoratori immigrati, un’idea esplosa e dilagata nei blog e nei social network che ha dato vita a numerose iniziative di piazza.
Noi pensiamo che su questo tema dobbiamo mettere più attenzione. Il nostro territorio è interessato dalla presenza di un consistente numero di lavoratori stranieri, in diversi settori di attività, dall’edilizia, al commercio, all’agricoltura, e nelle attività di cura alla persona. Teniamo in considerazione che in Italia sono 4 milioni i lavoratori stranieri regolari, dai quali dipende il 9,5% del PIL. Ma se prendiamo come raffronto della nostra capacità di intercettazione i dati dell’ultima c.d. regolarizzazione di colf e badanti, ci rendiamo conto che c’è molto lavoro da mettere in campo e molte sinergie da attivare tra Sistema Servizi e Categorie.


La nostra è una CdLT importante e complessa. Nel corso degli anni ci siamo dotati di 16 sedi comunali, lo SPI è presente in ben 29 punti del nostro comprensorio, abbiamo 13 sedi categoria.
I dati dimostrano una crescita costante dei risultati ottenuti dai nostri servizi, dall’INCA, dall’Ufficio Vertenze e dal CAAF.
Anche il nostro tesseramento, malgrado la crisi e la conseguente perdita di iscritti tra gli attivi, tiene sostanzialmente un trend positivo. Poi c’è il dato del Sindacato dei Pensionati, che  cresce di anno in anno a dimostrazione dell’utilità del radicamento capillare nel territorio e di una direzione politica attenta e rappresentativa.
Tuttavia pensiamo sia importante sviluppare ulteriormente il tema della implementazione dei servizi, in particolar modo occorre precisare meglio le sinergie tra questi e le categorie, per coniugare meglio le tutele collettive con quelle soggettive ed erogare servizi maggiori e di qualità, come il nostro sistema è in grado di fare, e come dimostrano i dati regionali.
Badate, questa grande rete che è il nostro Sistema Servizi, costruita nel tempo con convinzione e determinazione, rappresenta un patrimonio di competenze che dobbiamo non solo salvaguardare, ma al quale vanno assegnati nuovi obiettivi di rafforzamento che passano attraverso un forte coinvolgimento di tutti.
Questo è cruciale per noi, perché siamo in presenza di forti mutazioni nella società:
perché il forte decentramento produttivo prima e la crisi ora, comporta una polverizzazione della forza lavoro difficilmente organizzabile nelle forme consuete;
perché siamo di fronte a grandi mutamenti dei processi di socializzazione e di formulazione di nuovi bisogni;
perché si diffondono anche nuove modalità di partecipazione alla vita pubblica e all’impegno sociale, come il volontariato e l’associazionismo.

A chi ha paura che la CGIL diventi un sindacato dei servizi, diciamo solo che sentiamo solo la necessità di una integrazione tra rappresentanza e servizi e tra tutela collettiva e tutela individuale.

 
Per concludere questa relazione, devo obbligatoriamente riprendere dall’incipit, ovvero dal tema del congresso per svolgere alcune considerazioni e per socializzare con voi le mie riflessioni.

Prima però mi corre l’obbligo di fare un ringraziamento alla nostra Commissione di Garanzia, a Marzia che da Presidente ha esercitato un ruolo davvero super-partes, a Loredana  Bernardini, Marras Fabrizio e Angelo Placidi per l’impegno e la serenità dimostrata durante tutta la fase delle AdB, e poi per aver certificato tutti i verbali.
Ringrazio anche Sabrina, Antonella, Eleonora, Sonia e Loredana per l’aiuto e la collaborazione in queste settimane convulse.
Ma ovviamente il ringraziamento va a tutte le categorie, dai segretari ai delegati e alle RSU, per l’imponente mole di lavoro e impegno che ha portato 20.631 iscritti al voto sui documenti.
Grazie davvero di cuore a nome della Segreteria della CdLT.
La nostra CdLT ha chiuso il voto sui documenti con il seguente risultato:
Documento 1 “I diritti e il lavoro oltre la crisi”: 18.311 voti, pari all’89,30%
Documento 2 “La CGIL che vogliamo”: 2.192 voti, pari al 10,69%.

Questo è il risultato finale, l’espressione di volontà di oltre 20.000 iscritte e iscritti consegna la prosecuzione dei Congressi con un chiaro mandato politico e una chiara linea politica che noi tutti dobbiamo rispettare.
Durante le AdB ci sono stati momenti di dibattito acceso, forse la coda di un nervosismo eccessivo ce la ritroveremo ancora nei prossimi giorni, ma mi auguro di no, tuttavia oggi noi non possiamo far altro che considerare quell’espressione di volontà e quel mandato come un fatto.
Ci sono tante cose che vanno migliorate nell’esercizio della democrazia interna, a partire dall’importanza di riconoscere una maggioranza che si è formata attraverso un voto. Questo elemento non deve mai mancare, perché non permetteremo a nessuno  di trascinare la nostra organizzazione in una guerra di religione senza fine.
Dicevo all’inizio che forse abbiamo perso un’occasione per discutere davvero. Le tante, tantissime assemblee ci consegnano, oltre al voto e alle percentuali, un allarme e una forte preoccupazione della nostra base. In molti ho sentito pronunciare appelli all’unità, a mettere in campo ogni sforzo per scongiurare il pericolo di divisioni che loro hanno avvertito inconsciamente.
Cioè, i lavoratori hanno avvertito la presenza di un certo narcisismo politico, di un eccessivo amor proprio, di un attaccamento spassionato al proprio ego, di una preoccupazione viscerale di alcuni dirigenti al proprio destino personale e del proprio potere.
Mentre altre e ben più gravi preoccupazioni e problemi vivono i nostri iscritti, le lavoratrici e i lavoratori. Ecco il senso dei loro richiami all’unità.

 Io mi auguro  che non ci saranno spaccature e divisioni. Siamo una grande organizzazione che saprà reagire a questo travaglio interno.
Quello di cui abbiamo bisogno è ridefinire e risolvere il grande problema teorico e politico tra innovazione e tradizione.
Su questo piano si oscilla da un punto all’altro, senza un equilibrio di pensiero, senza saggezza politica, senza cogliere il dato e l’esigenza di innovare non contro la tradizione, ma sulla tradizione.
Innovare la tradizione vuol dire spendere bene un’eredità, investirla in un’impresa che vada oltre la semplice difesa dell’esistente.
Questo significa occuparci più dei giovani, dei precari, dei disoccupati, ma anche contrattazione collettiva, tutela individuale, attivismo tra i pensionati per rappresentare i loro bisogni.

Aspettiamo quindi con fiducia il Congresso della CGIL Nazionale, intanto continuiamo a svolgere il nostro ruolo di rappresentanza. Ai tanti lavoratori di aziende in crisi non possiamo non rispondere con la stessa celerità e prontezza di sempre.

Finisco davvero, compagne e compagni.

Il 12 marzo scenderemo ancora in piazza con uno sciopero e manifestazioni provinciali.
Il tema è il fisco.
In Italia il 27% dei cittadini non paga le tasse, mentre i lavoratori e i pensionati continuano a pagarle alla fonte!
Dal 2002 al 2009  gli imprenditori e i liberi professionisti hanno visto aumentare il loro reddito di 16.400 euro l’anno, mentre i lavoratori dipendenti hanno visto diminuire il loro reddito di 2097 euro  gli impiegati e di 1848 euro gli operai.
La crisi dunque aumenta la forbice del potere d’acquisto dei redditi e acuisce le disuguaglianze.
Questo sciopero è importantissimo e noi dobbiamo fare in modo che riesca, insieme alle iniziative di piazza, per far ripartire la lotta per i salari e contro il fisco ingiusto!